"Il Gran Re del Tibet, Divino e Miracoloso Signore, e il Gran Re della Cina, Hwang-ti, fra di loro come nipote e zio, hanno stabilito un'alleanza tra i loro due regni ed hanno ratificato un grande accordo.
Dèi e uomini ne sono a conoscenza e ne sono testimoni, in modo che tale alleanza non possa mai essere modificata...
Tibet e Cina si manterranno entro i confini dei territori che occupano in questo momento.
Tutto il territorio che si trova ad oriente appartiene al paese della Grande Cina, mentre tutto quello che si trova ad occidente, senza alcuna possibilità di contestazione, appartiene al paese del Grande Tibet.
Da questo momento in avanti, non vi saranno più guerre né spartizioni di territori,
né dall'una né dall'altra parte del confine...

Questo solenne accordo dà inizio ad una grande epoca nella quale i tibetani saranno felici nella terra del Tibet ed i cinesi felici nella terra di Cina ..."

Trattato stipulato fra il Re del Tibet ed il Re della Cina nell'anno cristiano 821

 Generalmente con il nome Tibet, ci si riferisce alle tre province dello U-Tsang, del Kham e dell'Amdo (vedi cartina).

Uno dei primi effetti dell'invasione cinese fu quello di scorporare il Tibet, smembrarlo e annettersi le due province orientali; di conseguenza pertanto il Kham e l'Amdo fanno attualmente parte delle regioni cinesi dello Yunnan, e del Sichuan (Szechwan) e quello che viene chiamato Tibet, ovvero Tibetan Autonomous Region (TAR: una denominazione questa che è in realtà una presa in giro poiché non esiste alcuna forma di autonomia) si riferisce soltanto a quello che è il Tibet centrale.

Il TAR, Tibet Autonomous Region, è nato nel 1965.
La Repubblica Popolare Cinese riconosce la Legge Internazionale sancita dalla Convenzione di Vienna, ovvero considera illegale:
- ogni pretesa di sovranità di uno stato su un altro, basata sulla conquista del territorio
- l'occupazione e l'imposizione di iniqui trattati
- l'uso della forza e della minaccia
- l'imposizione di ingiusti trattati
- la continua e illegale occupazione di un paese, che non può in alcun modo garantire all'invasore il diritto di proprietà del territorio occupato.

La Cina riconosce tutti questi punti e per quanto concerne i propri casi li applica molto rigidamente.
La stessa Cina difatti, in periodi di maggior debolezza, fu costretta da alcune potenze occidentali a firmare una serie di trattati. Ora però, richiamandosi alla Convenzione di Vienna, non ritiene più validi quegli stessi trattati che essa stessa si vide costretta a firmare, adducendo come motivazione primaria proprio il fatto che furono frutto di pressioni coercitive esercitate con la forza.

La carta delle Nazioni Unite (che la Cina ha ratificato) afferma nel primo articolo che "vanno sviluppate relazioni amichevoli tra le nazioni, basate sul rispetto dei principi di eguali diritti e autodeterminazione tra i popoli" e contempla nell'articolo 2 il divieto assoluto della violenza.
Ancora una volta quindi notiamo un trattato in cui si vieta esplicitamente l'annessione con la forza di qualsiasi territorio e la Cina risultare tra le firmatarie.

E' importante inoltre rilevare una posizione ufficiale, davvero nobile, del governo cinese in una dichiarazione risalente al 29 ottobre 1971 che dice: «Il governo della Repubblica Popolare Cinese e del popolo cinese, si oppongono permanentemente alla politica di aggressione e di guerra perseguita dall'imperialismo, appoggiando nella loro giusta lotta le nazioni assoggettate ed i popoli oppressi, per una liberazione nazionale contro ogni ingerenza dall'esterno per un governo autonomo».

Questo, com'è evidente, rappresenta un enorme controsenso perché se è vero da una parte che nessuna annessione territoriale raggiunta con la forza costituisce diritto ad impadronirsi di un territorio, è altrettanto vero che la Cina sta manifestamente violando le stesse convenzioni di cui essa stessa è orgogliosamente firmataria.

Ma cosa sostiene, a questo proposito, il governo cinese?

Premettiamo che d'ora in poi quando si parlerà di "Cina" ci si riferirà sempre al "governo cinese", poiché oggi un deciso movimento di dissidenza interno, il quale vede protagonisti molti democratici cinesi, risulta presente all'interno della stessa Repubblica Popolare. Dopo gli storici fatti del 4 giugno 1989 infatti (studenti universitari, appoggiati da movimenti operai, nonché da impiegati e liberi imprenditori, giunsero ad occupare per circa tre settimane la famosa piazza T'ien-An-Mên di Pechino, per protestare contro la dilagante corruzione e per invitare il governo ad una maggior liberalizzazione politica; come tutti probabilmente ricorderete la protesta fu violentemente repressa con duri interventi dell'esercito cinese che in quell'occasione fu responsabile dell'uccisione di migliaia di dimostranti) numerosi cinesi risiedono all'estero e sulla questione tibetana hanno posizioni molto diverse da quelle del governo del loro Paese.
Quando parleremo di "Cina" perciò ci riferiremo al "governo" attuale e a quello che lo ha preceduto dal '49 fino ad oggi.

Il governo cinese sostiene che quella del Tibet non può essere definita una "occupazione" poiché, a loro dire, il Tibet avrebbe sempre fatto parte della Cina, ma questo è un clamoroso falso storico, poiché il Tibet non ha mai assolutamente fatto parte della Cina (a tal proposito consigliamo la lettura di un testo chiaro e sintetico: «UNA STRANA LIBERAZIONE» di David Patt - Ediz. Chiara Luce).

La Cina, per avvalorare la sua posizione, fa appello a tre momenti storici, ma è solo un tentativo di manipolazione dei fatti, un atteggiamento tipico di chi è abituato ad agire con l'arroganza che gli deriva dalle eccessive mire espansionistiche, un "atteggiamento mentale" molto diffuso fra i dominatori, i colonizzatori e gli imperialisti. Essa adduce tre momenti storici che però falsificano completamente la reale storia del Tibet.

Vorremmo qui analizzare, sinteticamente ma con rigore scientifico, questi tre momenti storici, al fine di favorire la diffusione della verità e smantellare la menzogna cinese.

Il primo momento storico al quale i cinesi fanno appello per sostenere l'appartenenza del Tibet alla Cina, risale all'epoca monarchica.
Il Tibet conobbe una grande monarchia. Per circa 250 anni, tra il 610 all'842, il regno del Tibet si espanse notevolmente in tutta l'Asia centrale. Il primo re del Tibet (che in realtà è il 33° delle cronache tibetane ma è comunque il primo le cui gesta sono note anche agli storici cinesi e che pertanto ha importanza storica da loro riconosciuta), si chiamava Song Tsan Gampo. Questo re ebbe due mogli, per la precisione due principesse, una nepalese, Brikudi, ed un'altra cinese, Songtsen Gampo, della dinastia Tang.
Quella che avete appena letto rappresenterebbe, secondo i cinesi, la prima (assurda) prova che dimostrerebbe l'appartenenza del Tibet alla Cina.
Non avrebbe bisogno di commenti ma preferiamo farne almeno un paio.

Innanzitutto quando si concede una principessa in sposa ad un re, ciò non rappresenta generalmente un segno di potere ma nel caso di sottomissione; se poi si dovesse prendere per buona questa "teoria" allora il Tibet dovrebbe "appartenere" anche al Nepal, poiché una delle due mogli di quel re era appunto una principessa nepalese (fortuna ha voluto però che il Nepal non abbia mai rivendicato alcuna sovranità sul Tibet).
Nella realtà il Tibet non solo fu uno stato completamente indipendente ed autonomo, ma anche ampio e potente, e proprio questo fu il motivo che spinse la Cina a stipulare una pace offrendo in moglie al re tibetano una loro principessa.

A quell'epoca il buddhismo in Tibet era ancora agli albori, successivamente però la sua ampia diffusione fece in modo che il Tibet smettesse di essere uno stato guerriero e si orientasse sempre più alla religione e alla ricerca spirituale.

All'inizio della monarchia comunque il Tibet era ancora uno stato guerriero in possesso d'un esercito molto forte e per questo conobbe una grandissima espansione.
Il regno Tibetano infatti, tra il 645 e il 787, conquistò praticamente tutta l'importante via della seta e si annesse tutte le città carovaniere fino al famoso deserto del Taklimakan (quello che Marco Polo chiamò il deserto senza ritorno).
Conquistando questi nodi di grande importanza per il commercio il Tibet estromise quindi la stessa Cina dai traffici commerciali imponendosi come potenza dominatrice dell'Asia centrale. Queste conquiste rappresentarono consistenti affermazioni di potere poiché lungo l'importante via della seta transitava l'enorme ricchezza proveniente dall'Europa (in primis Venezia) verso l'estremo oriente, controllare quei nodi quindi significava controllare l'intera attività commerciale.
Il "grande impero cinese" (che oggi rivendicherebbe assurde pretese di possesso) fu in realtà sottomesso ai tibetani per oltre due secoli.

E' giusto segnalare inoltre che lungo la famosa ed importante "via" non transitavano solo merci preziose quali seta, oro, tappeti ecc., ma anche cultura, progetti, idee innovative.
In quell'epoca possedere e controllare le città carovaniere, significava entrare in contatto con il mondo persiano, greco, indiano nonché con le altre importanti culture che si intrecciavano lungo questa importante via.

Addirittura, se proprio si vuole analizzare attentamente la storia, l'unico caso che vide una vera importante guerra tra Tibet e Cina (763), vide anche i Tibetani vincitori e conquistatori dell'antica capitale cinese Chang'an.
Il Tibet controllò per anni la Cina tramite sovrani fantoccio e impose ai cinesi tributi annuali di 50.000 rotoli di seta.
Pertanto se qualcuno vuole rivendicare diritti, questi dovrebbe essere proprio il Tibet poiché lui conquistò e controllò la capitale cinese, non il contrario.

Ciò che hai appena letto è la vera storia, non faziosa, la storia oggettiva, analizzata con metodo, senza partigianeria.

Un documento estremamente significativo (un trattato di pace siglato tra l'821 e l'822 tra Cina e Tibet che sanciva per sempre la collaborazione e la non aggressione fra i due paesi) è ancora scolpito su una colonna di pietra e scritto in due lingue, cinese e tibetano, ed è osservabile ancora oggi nella capitale del Tibet: Lhasa.
Il testo di questo antico trattato di pace inizia con queste parole:

Il Gran Re del Tibet, Divino e Miracoloso Signore,
e il Gran Re della Cina, Hwang-ti, fra di loro come nipote e zio,
hanno stabilito un'alleanza tra i loro due regni
ed hanno ratificato un grande accordo.
Dèi e uomini ne sono a conoscenza e ne sono testimoni,
in modo che tale alleanza non possa mai essere modificata...
Tibet e Cina si manterranno entro i confini
dei territori che occupano in questo momento.
Tutto il territorio che si trova ad oriente
appartiene al paese della Grande Cina,
mentre tutto quello che si trova ad occidente,
senza alcuna possibilità di contestazione,
appartiene al paese del Grande Tibet.
Da questo momento in avanti,
non vi saranno più guerre né spartizioni di territori,
né dall'una né dall'altra parte del confine...

Questo solenne accordo dà inizio ad una grande epoca
nella quale i tibetani saranno felici nella terra del Tibet
ed i cinesi felici nella terra di Cina ...

Hugh E. Richardson
- Tibet and Its History -
(Boston, Shambala, 1984) - pag. 259

Abbiamo ritenuto opportuno presentare questo passo di esempio, tanto perché ci si renda conto di quanto fossero chiare le posizioni sul piano politico.
Questo trattato risale a quasi 1.200 anni fa ed è ancora chiaramente leggibile nel centro di Lhasa.
Ora, direbbe il buon Antonio Lubrano, la domanda sorge spontanea: se il Tibet fosse realmente appartenuto alla Cina, perché mai questi due Paesi avrebbero dovuto stabilire un trattato di pace di quel tipo?

Ma facciamo un altro salto, stavolta di circa 400 anni, ed andiamo a vedere qual è il secondo momento storico utilizzato dai cinesi a sostegno della loro pretesa di possesso.
Siamo ora nel 1260 circa in epoca mongola.

L'impero mongolo fu l'impero più grande nella storia dell'umanità, si estese praticamente dall'oceano Pacifico a Vienna, cioè fino all'Europa centro-orientale.
I mongoli conquistarono, con Gengis Khan prima, e con Altan Khan e Kubilai poi, tutta l'Asia centrale.
Kubilai, per l'appunto, conquistò e distrusse Pechino, (Begin, capitale della Cina) saccheggiandola totalmente. Successivamente vi costruì la sua reggia e ne fece la capitale del suo impero: l'impero mongolo.

Appare quindi storicamente chiaro che sia la Cina che il Tibet furono conquistati dai mongoli. E' importante memorizzare questo dato poiché prova con evidenza la palese mistificazione della storia perpetrata dai cinesi. Si pensi che questo argomento fu usato da alcuni faziosi storici cinesi per sostenere una teoria a dir poco paradossale: il fatto che anche il Tibet fosse sotto il controllo mongolo sarebbe oggi la dimostrazione che il Tibet è parte della Cina.

Ma ciò è semplicemente inaccettabile. Paradossale!

Se tutti i paesi controllati dall'impero mongolo dovessero oggi far parte della Cina allora anche la Corea, gran parte dell'Asia centrale, e praticamente mezzo mondo dovrebbe appartenere alla Cina!

I più intraprendenti vadano a vedere il libro bianco che distribuiscono all'ambasciata cinese! La loro ricostruzione, la loro riscrittura della storia... proprio questi sono i punti: tutto quello che i mongoli avevano conquistato e tutto quello che faceva parte dell'impero mongolo dovrebbe far parte della Cina...

Vedremo invece che esistono particolari molto importanti che riguardano la posizione del Tibet rispetto a quella della Cina durante gli anni di occupazione dell'impero mongolo.

La dinastia mongola si chiamerà dinastia Yuen.
Mentre i mongoli nel conquistare la Cina e molte altre aree dell'Asia, si comportarono come quei gran guerrieri nomadi che erano, cioè saccheggiando, mettendo tutto a ferro e fuoco, distruggendo ogni cosa e uccidendo tutti (i mongoli risparmiavano solo le donne con cui si univano in matrimonio e gli artisti ai quali facevano costruire le loro abitazioni, essi, avendo sempre viaggiato e vissuto nelle tende, non impararono mai l'arte della muratura). In Tibet il fenomeno si attuò in maniera completamente diversa, proprio questo, vedremo, fu poi sostanzialmente all'origine della caduta dell'impero mongolo.
In Tibet i mongoli ebbero un forte impatto con la spiritualità della Cultura Tibetana, cioè con il buddhismo.
Lo stesso Kubilai Khan incontrò un grande Lama nel monastero Sakyapa, ne rimase rapito e lo nominò proprio Maestro spirituale.
Da quel momento in avanti, tutti gli abati dei monasteri Sakyapa, (famosissimo è l'abate Pak Pa), diventarono i personali maestri spirituali degli imperatori mongoli, e quest'ultimi ricambiarono nominando gli abati governatori di tutte e tredici le province del Tibet.

Con il Tibet quindi i mongoli instaurarono un rapporto completamente diverso da quello stabilito con la Cina.

Tutto questo è documentato da testi scritti nel 1260, periodo in cui i mongoli, invece di saccheggiare il Tibet, riempirono di doni i vari monasteri.
Quando parliamo di "doni" ci riferiamo ad oro, tappeti, ed altri beni preziosi. I mongoli pagarono profumatamente intere scuole di pittori a cui affidarono il compito di dipingere ed affrescare i templi buddhisti. A tal proposito fecero giungere artisti dal Bhutan, dal Sikkim, dalla stessa Cina e dall'India.

I mongoli elargivano preziosissimi doni ai loro Lama proprio per dimostrare l'immenso rispetto che avevano per i loro insegnamenti e per la filosofia buddhista in generale.

Si instaurò pertanto fra mongoli e tibetani il rapporto "che-ion", un particolare rapporto tra il Maestro spirituale e l'Imperatore (la prima sillaba si riferisce a qualcosa di sacro, qualcosa di spirituale, mentre la seconda può essere tradotta come "benefattore") il che-ion è oggi di grande attualità negli studi della Tibetologia Internazionale.
In pratica che-ion è il rapporto tra l'intellettuale ed il suo "sponsor". Oggi molti studiosi lavorano instancabilmente alla traduzione degli antichi testi anche per cercare preziosi paralleli con la sfera culturale del nostro occidente.

Questo importantissimo rapporto che-ion si ripeterà ancora con gli imperatori della dinastia dei Manciù: il Lama tibetano sarà l'intellettuale, il maestro spirituale, e l'imperatore mongolo lo "sponsor". Un rapporto, come si può facilmente vedere, completamente diverso da quello stabilito con i cinesi.

Aggiungiamo che il territorio del Tibet fu abbandonato dai mongoli ben 18 anni prima di quello cinese.

Dal 1351 fino al 1600 pertanto il Tibet fu di nuovo autonomo, indipendente e governato da prìncipi tibetani. Inoltre, venendo meno il rapporto che-ion, tornò ad essere di nuovo in tutti i suoi usi e costumi completamente "tibetano".

Giungendo al 1617, cioè al periodo del grande V° Dalai Lama, abbiamo praticamente un Tibet configurato come sarebbe adesso, con il Potala (residenza del Dalai Lama) considerato al tempo stesso castello, Tempio e fortezza.

Il Potala è molto significativo perché raccoglie insieme tutte le caratteristiche dell'architettura tibetana e funge altresì da fortezza.
Giuseppe Tucci, grande tibetologo italiano, pioniere degli studi tibetologici moderni scrisse: "sembra proseguire le forme della natura, appollaiato in cima alla montagna, riprende le linee stesse del paesaggio con questa sua rastremazione, e gli stessi materiali con i quali è costruito sono ecologici, totalmente compatibili con l'ambiente, naturali (la terra cruda, il legno, la pietra), i colori utilizzati, anche questi non staccano dall'ambiente". . . . . . . . . .(continua)

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 Questa pagina è stata rielaborata sulla base di un prezioso intervento della tibetologa Dott.ssa Marialaura Di Mattia in Polichetti